Perché The Last Dance è narrazione sacra

Il finale lo conosci e se non lo conosci lo immagini. Perché non potrebbe andare in mondo diverso, perché l’epica della sconfitta non appartiene alla narrazione sacra. Qualunque cristo morto sulla croce di solito resuscita dopo tre giorni e se non sarà gloria allora non sarà la fine e non saranno titoli di coda. Nella rappresentazione sacra della dinastia Bulls raccontata da The Last Dance, la docuserie in dieci episodi girata da Jason Hehir – prodotta da Espn, in Italia disponibile su Netflix con due nuovi episodi ogni lunedì fino al 18 maggio – manca nulla: la divinità scesa in terra e spesso sospesa per aria, lo scetticismo iniziale e l’adorazione finale, le prediche e i miracoli, gli apostoli e i discepoli, la santità celeste che s’avvicina alla perfezione irraggiungibile.

The Last Dance è un racconto forsennato di una stagione e di un’epoca, la narrazione epica di un momento irripetibile, che gioca con la voglia di nostalgia degli utenti Netflix – sono gli Anni ’80 di Stranger Things e Dark – senza poter contare sulle poetiche storpiature tipiche del mockumentary. Che lo sport non possa adattarsi alla narrazione cinematografica (perché di questo si tratta) è una leggenda metropolitana smentita ormai da un decennio, che la narrazione (non solo) cinematografica applicata allo sport dovrà in futuro fare i conti con questo The Last Dance un dato di fatto.

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