L’amore cannibale di Bones and All

Il romanticismo e l’horror, la bassa padana e gli spazi infiniti delle terre americane, le scoperte dell’età adulta e l’amore, sempre l’amore. Se in Call Me by Your Name Luca Guadagnino esplorava l’amore adolescenziale e l’amore tutto, in Bones and All pure. Totalizzante, violento, cannibale: non più film di genere, mai sui (generis), ma film tra i generi. L’esperienza cremasca, prima sanremasca e poi berlinese confezionano il compendio dell’ultimo cinema di Guadagnino che è summa altissima di cinema altissimo.

Dal 23 novembre nelle sale, è la storia di Lee e Maren (Russell e Chalamet) e della loro diversità che si annusa col naso e si gusta con la bocca spalancata in un pasto completo. L’amore e la (sua) solitudine: canottiere rosse, rosse a sventolare come nel Vangelo di Giovanni secondo Bianconi che però la violenza attorno a lui non riusciva a sopportarla e che qui invece è processo identitario, indispensabile e mai ludico.

Road movie scrivono gli sciatti che nei generi si devono ritrovare, disturbante quelli bravi che alle terminologia anche le più inutili devono dare un significato. Il più poetico e il più romantico dei film di Guadagnino, il lavoro migliore dopo Villa Necchi Campiglio, oltre l’ossessione (nostra più che sua?) per il nuovo feticcio e la solita propulsione narrativa che attraversa le dimensioni, oltre i generi.

JM



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