Esterno notte, sempre Bellocchio

Psicanalizzare un paese, un classe politica, una famiglia – la peggio gioventù di Bellocchio: dal punto di vista dello statista, della moglie dello statista, del pontefice amico dello statista, dei rapitori dello statista e dei compagni di partito dello statista. Il Cristo che porta la croce, il vicario col cilicio, una stanza d’ospedale come ultimo Getsemani, il melò terrorista, il compromesso (storico?) di una Nazione irrisolta e la caricatura irridente del suo potere. La seduta psicoanalitica di Esterno Notte, complementare e opposta al suo volume primo di vent’anni più giovane, analizza solo in parte l’Anima Persa del presidente Moro, che ha il viso le mani i capelli gli occhi di un Fabrizio Gifuni che lo studia da anni, per concentrarsi sul contorno di una Nazione di contorno, in un equilibrio geopolitico in cui è contorno, che in via Fani ha perso molto più che l’innocenza e in cui tutto si è compiuto. C’è la solita solitudine da comando – che poi è solitudine da cena in cucina con due uova e nessuno che ti aspetta sveglio -, c’è la solitudine dal lato passeggero del comando – che poi è la solitudine che si conosceva bene, che è l’altare della navata laterale -, e c’è il tempo di raccontarle: il tempo nuovo della nuova serialità che guarda a quella vecchia, al Pinocchio televisivo di Comencini e al Cristo si è fermato a Eboli da piccolo schermo, molto di più che semplici sceneggiati di un’altra epoca televisiva. C’è una Roma in preda al panico, sospesa in uno stato di agitazione perenne nelle strade e generalissimi che invocano lo stato di guerra nelle più tiepide stanze del potere mentre il papa amico che morirà poco dopo è costretto a farsi dettare parole al telefono. Tutto vero e tutto falso che nemmeno l’onirico ritaglia i dettagli della seduta psicanalitica, l’inconscio di un paese mai fin troppo conscio e la sua rappresentazione.



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