É stata la mano di Sorrentino

«Il cinema è la vita senza le parti noiose» disse un giorno Hitchcock a Truffaut: É stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, in sala da un po’ ma per poco e tra poco su Netflix, è la vita tutta – incluse le parti noiose. La vita, per la precisione, è quella del giovane Sorrentino, adolescente nella Napoli di Maradona, da cui la mano, e della sua famiglia, da cui la storia: il diario di una giovinezza interrotta dalla perdita dei genitori.

Il film più intimo – di un autore che intimo lo è anche quando non parla di sé – è il romanzo di formazione (della sua) e della scoperta (le sue) della fine di un mondo (il suo). L’esuberanza sessuale di una città e di una zia, l’entusiasmo per il pallone e per il suo dio, la musica ovunque e il cinema dietro l’angolo, la capacità di ritrarre – e di ritrarsi – di Paolo Sorrentino culmina nella sincerità di uno sguardo che non perde l’enfasi per il fascino visivo e la potenza della messa in scena. Servillo è la solita plastilina nelle mani del suo alter ego ma è in Teresa Saponangelo che si concretizza la direzione di Sorrentino ancor più che nei jeans nelle cuffiette e nei riccioli del piccolo Fabio/Paolo – perché è la transizione che interessa, il poco prima e poco dopo. La delusione per la verità e la curiosità per la sciatteria umana desolata come le notti di Capri, la famiglia come lessico folcloristico e l’altrove di un Fellini di cui si sente (stavolta) addirittura la voce.

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