Gli anni amari, anni dopo

Nel 1971 a Torino Angelo Pezzana fondava il Fuori movimento di cultura omosessuale che sarebbe diventato una rivista importante per gettare le basi di una controcultura rivoluzionaria negli Anni ’70 in Italia. Per ripercorrere una storia incredibile, a rivederla oggi in una società italiana che ha fatto troppi passi indietro, Gli anni amari del 2019, uscito in tempi precovidici, è la complessa biografia di un personaggio unico, Mario Mieli, ragazzo figlio della buona imprenditoria che rivendica orgogliosamente il suo essere gay e decide di vivere apertamente la sua voglia di trasgredire: studia, scrive, milita tra le file dei movimenti di liberazione sessuale. Il film, cinematograficamente non perfetto, narra la vita di un rivoluzionario, una figura sfaccettata tra genio e sregolatezza, ma soprattutto tenta di storicizzare e fondare una cultura alternativa al sistema.

Andrea Adriatico, di cui si riconosce una prevalente matrice teatrale, inquadra un ragazzo alto, bello, femmineo, scontroso, estremamente intelligente, che soffre per non essere accettato e propone in maniera semplice e diretta un mondo libero e aperto. La storia di Mario, interpretato da Aldo Di Benedetto, intreccia il momento di Re Nudo, festival musicale a Parco Lambro, seconda Woodstock, inspiegabilmente dimenticato. Il film ha il pregio di fare storia della vicenda di Mario Mieli e Angelo Pezzana e di far rivivere 40 anni dopo la vicenda dei movimenti di liberazione sessuale in quegli anni.

Il film tratteggia una Milano brulicante di azioni di sovversione, tra intellettuali e sperimentatori. Di quella città non è rimasto quasi niente ma ancora sembra nel 2021 che debba essere colei che interpreta (o sta per interpretare ancora) più di altri in Italia la rivoluzione. Nel frattempo si può studiare quei prodromi vedendo Gli anni amari, rileggendo quei fermenti, trovando immutata l’apparente serenità dei genitori di Mario che rappresentano quella cultura borghese lombarda lavoratrice: la parte meglio riuscita del film. Ritrovando ciascuno di noi un desiderio di giovinezza e sperimentazione, tornando a discutere di liberazione sessuale, indagando, proprio come il protagonista nel suo Elementi di critica omosessuale, uscito postumo, la liberazione attraverso il corpo.

Il film propone le dinamiche di lotta, anche intima e personale, e come abbia prevalso nella figura di Mario una sorta di nevrosi e malattia mentale che lo spinge a estremi gesti. Prima dell’epilogo si evince certamente per lui ma anche per noi il desiderio e l’esplosione di energia, il coraggio di una visione politica nuova, la capacità di aggregare una massa di persone su una cosa semplice, e risplende il meraviglioso disastro di Parco Lambro che si chiuderà con la sesta edizione del ’76. Per riflettere sulla possibilità di ricercare un percorso tangenziale che possa tenere insieme le differenze, “Gli anni amari” è dunque un documento prezioso e l’inizio di una conversazione sul presente.

Luca MONTI

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