Nomadland è davvero così bello?

Sì, è bello davvero, soprattutto in un anno povero di quelli che di solito – spesso con eccesso di enfasi – chiamiamo capolavori. Come gli scorsi anni, d’accordo, ma questo particolarmente. Vincitore già a Venezia e proiettato alla statuetta più importante dall’inizio della stagione dei premi, Nomadland (al cinema dal 29 aprile e su Disney+ il giorno successivo) non ha deluso le aspettative – al momento giusto e al posto giusto, confermando come il tempismo di generi e argomenti sia la chiave per il successo, mica che sia necessariamente il migliore. Un film di resistenza in un momento di resistenza, la ricerca delle lande sconfinate in periodo di confinamento, il non avere nulla nell’anno in cui abbiamo perso tutto, il collasso della società produttiva e la fuga verso nuove rotte migratorie, Steinbeck e Ford sognando ciò che avevamo immaginato potesse essere davvero Holt. Il solito fantasma del capitalismo, la solita fuga e il solito risentimento che spesso sfocia nel rimpianto, il cinema giornalistico di Chloé Zhao accarezza il documentario nella forza del primo piano e la solitudine del campo lungo. Il resto del lavoro è di Frances McDormand, sempre così meravigliosamente uguale a se stessa, dei suoi gesti semplici e del suo viso scavato.

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